Ed eccoci qui, pronti a partire ancora. Forse meno entusiasti, forse più titubanti delle altre volte, di certo è una strana trasferta questa, per tanti e tanti motivi che forse proverò a raccontarvi al ritorno. Sperando che non sia il bis dello scorso anno….
Leggo che in occasione della gara di andata della finale di Coppa LEN la RN Savona ha organizzato un pullman per i suoi tifosi con destinazione Imperia (non siamo gli unici a dover emigrare per giocare, almeno in Europa), al costo di 15 euro comprensivi del biglietto di ingresso. A Barcellona, Rijeka, Kazan e altrove viaggio e ingresso sono stati offerti dalla Pro Recco. E poi qui c’è chi si lamenta della società….
Metti un sabato pomeriggio di marzo. Metti la Final Four di Coppa Italia a Firenze. Metti che uno non abbia tempo o modo di andarci, e si consoli pensando che ci sarà la diretta su Rai Sport. L’ignaro appassionato si siede sul divano alle 18, digita 227 sul telecomando e vede qualcosa che non ha molto a che fare con la pallanuoto. Modena-Vibo Valentia, campionato di pallavolo. La guida elettronica continua a riportare un laconico “Final Four Coppa Italia”, nulla a che fare con quel che appare a video. Poi una scritta in sovraimpressione annuncia che Pro Recco-Lake Iseo Brixia potrà essere seguita in streaming sul sito internet di Rai Sport. Bello, bravi, complimentoni. L’ignaro appassionato, fra un moccolo e l’altro, si sposta nell’altra stanza e accende il pc, raggiunge il sito Rai, scopre che per vedere le trasmissioni in streaming avrà bisogno di installare un apposito software (alla faccia dell’accessibilità), procede con l’installazione (e intanto l’orologio segna già le 18.10), riavvia il browser come richiesto, clicca sul canale “Diretta 2″ e trova…..il nulla. Schermo nero e la solita iconcina che gira, un po’ come altre cose che non si trovano proprio sullo schermo. Rapida ricerca sui siti specializzati per scoprire che l’orario dell’incontro è stato anticipato alle 17,45, che ci saranno “finestre” sull’incontro e che la diretta inizierà alle 18,15, con trasmissione integrale in differita domattina alle 9,40. La prima finestra appare quando già siamo al terzo tempo, poche parole (il risultato è già sul 9 a 2) e linea di nuovo alla pallavolo, con i due telecronisti che non si accorgono del cambio di linea e parlottano fra loro dando dell’ “ignorante” ad un non identificato giocatore.
Forse sbaglio io a meravigliarmi, visto che non è la prima volta che le annunciate dirette diventano differite o scompaiono del tutto, ma la domanda sorge lo stesso: a che serve cedere i diritti alla Rai? Quale promozione si pensa di avere da un servizio come questo? Ai dirigenti federali piace così tanto farsi prendere per i fondelli da un’azienda che tratta il loro sport come l’ultima pezza da piedi, tanto per le modalità quanto per la qualità delle messe in onda? E, soprattutto, risponderà mai qualcuno a queste domande, che non sono certo il primo a porre? Meno male che per l’Eurolega c’è Sportitalia…
PS: Savona-Florentia pare vada in differita all’una di stanotte. Chissà che non venga cancellata per fare spazio ad un torneo rionale di freccette….
PPS: domenica mattina, ore 9,35: che partita stanno trasmettendo, secondo voi? Ma Savona-Florentia, che domande….
Viva la RAI
Se sarai buono il tuo Mazinga vedrai
Oppure no…
Dipende dal funzionario RAI
(Renato Zero, 1982)
L’idea della trasferta in terra russa era già stata lanciata lo scorso anno, e non se ne fece nulla. Stavolta la proposta era più seria e sensata, il mio umore forse meglio disposto, fatto sta che mi sono unito alla trentina di entusiasti che hanno deciso di sfidare il freddo inverno del Tatarstan per seguire la squadra. Ed ecco com’è andata.
Sabato 13 febbraio
La scritta “Kazan” sul derelitto tabellone partenze del Cristoforo Colombo fa un certo effetto. Effetto ancora più strano nel vedere sette banchi di check-in aperti per un volo con una sessantina di passeggeri, quando spesso ti ritrovi con due banchi per centocinquanta. Sarà per il nome della Pro Recco o, come suggerisce una voce velenosa, perché all’aeroporto di Genova non hanno nulla da fare in quell’orario? Sia come sia, apprezziamo e procediamo all’imbarco su un anonimo aeromobile completamente bianco che non posso fare a meno di riconoscere come un MD-82 di provenienza Alitalia.
Lo spirito da pullman fa ovviamente saltare la preassegnazione dei posti, nel cambio ci guadagno visto che mi aggiudico una comoda uscita di emergenza. In realtà si sta comodi comunque, visto che i posti a disposizione sono più del doppio dei passeggeri a bordo. Il tempo di notare anche dall’alto lo sfacelo del campo di Marassi e le nuvole ci inghiottono, lasciandoci solo qualche sprazzo sulla Pianura Padana per poi nasconderci del tutto il panorama una volta giunti sulla costa croata. Rivedremo qualcosa solo a pochi minuti dall’atterraggio, dopo quattro ore di chiacchiere, scherzi, conferenze stampa, confezioni di focaccia e altre amenità.
La pista di Kazan dà la sensazione di atterrare nel nulla, una interminabile striscia di cemento in un paesaggio completamente bianco ai cui lati sono parcheggiati vecchi Tupolev e Antonov in evidente disarmo. La piccola sala della dogana è solo la prima delle tante cose che sembrano messe lì apposta a ricordare che l’URSS è una storia troppo recente per non lasciare evidenti tracce di sé, assieme alle procedure di controllo dei passaporti; sul gabbiotto di controllo spicca un cartello giallo, uno dei pochi a riportare una approssimativa traduzione in inglese, che ricorda come tentare di offrire soldi al personale addetto ai controlli sia un reato. Capiamo fin da subito che comunicare sarà un’impresa dai risvolti fantozziani, come ad esempio quando cercheremo di farci spiegare da una bionda e sorridente hostess perché mai ci abbiano portato (su un autobus dei tempi di Breznev addobbato internamente con delle incredibili e coloratissime tendine) davanti ad un hotel che non è quello che ci era stato comunicato. Per fortuna hanno ragione loro. Finora abbiamo avuto solo un timido assaggio di cosa siano le temperature esterne, tempo di prendere possesso delle camere e sfideremo l’inverno russo.
Curiosamente, da nessuna parte si vedono le insegne luminose coi termometri che tanto diffuse sono qui da noi. Sarà che non hanno bisogno che gli si ricordi di quanto fa freddo, già ci pensano i canali televisivi locali che riportano in sovraimpressione ora e temperatura: alle 18.45 il bollettino dice -16°, e obiettivamente poteva andare molto peggio. Le strade sono libere da neve e ghiaccio, i marciapiedi un po’ meno: ai lati delle strade si trovano ammucchiate lastre ghiacciate e cumuli bianchi alti un paio di metri. Viene da pensare a quale terribile pantano possano essere queste zone in primavera, quando tutto ciò tornerà ad essere acqua. Per fortuna non c’è vento, ma stare fermi è comunque una mossa pericolosissima. Davanti all’inevitabile Mac Donald’s noto a terra un bicchiere rovesciato: la cola che conteneva è già perfettamente ghiacciata, e ad occhio non dev’essere lì da molto tempo. In giro pochissima gente, per essere il centro di una città da più di un milione di abitanti, e un parco auto che affianca allegramente SUV dell’ultima generazione e vecchie ZAZ tanto simili alle nostre Fiat 124; a proposito di auto e strade, la segnaletica orizzontale pare opera del tutto ignota da queste parti, soprattutto le strisce pedonali. Dei pochi esseri umani incontrati colpisce l’abilità delle ragazze nel muoversi agilmente su vertiginosi tacchi a spillo abbinati a minigonne che fanno venire freddo solo a guardarle. La scelta del ristorante ci porterà al gran bazar dell’incomprensione (o del tentativo di fregare il cliente, questione di punti di vista)
e ad un menu “tipico” di una tristezza totale pur nelle sue chiare influenze turche (ma in Turchia avevo mangiato decisamente meglio); degni di nota l’abbigliamento del portiere, in stile Armata Rossa, e il vassoio finale con l’offerta di chewing gum Wrigley’s alla menta che mi hanno riportato indietro di almeno 30 anni. Al rientro in albergo i più tecnologici non si fanno sfuggire il wi-fi gratuito, qualcuno si spinge addirittura a cercare sul web lo streaming di Sampdoria-Fiorentina, in generale ci si gode la temperatura (gli interni sono tutti ben più che riscaldati) fra vodka, discussioni su Cassano e pronostici sui quarti di finale, un tipico Bar Sport degno di Benni trasferito nella lobby del Kazan Grand Hotel.
Domenica 14 febbraio
Con tutta la pioggia che ci ha accompagnato lungo gli ultimi mesi, svegliarsi col sole mette di buon umore. La mattinata è libera da qualsiasi impegno, la città offre un sito sotto tutela UNESCO, e non si fanno quattromila chilometri per stare in albergo. Lungo la Baumana, salotto pedonale della città, c’è ancora meno gente di ieri sera, solo le bancarelle di souvenir con le immancabili sciarpe della squadra di calcio locale (ma pure dell’Inter che è venuta da queste parti qualche mese fa), diversi cani randagi alquanto infreddoliti e parecchi piccioni che non mi sarei aspettato di trovare qui. Avevo già notato ieri sera la diffusione sonora: lungo tutta la via un sistema di altoparlanti spara musica in continuazione, hits dell’ultimo momento e curiose cover locali di brani anche italiani. La via è stata il fulcro dei lavori di restauro compiuti per le celebrazioni del millesimo anniversario dalla fondazione della città nel 2005, ma basta allungare lo sguardo nelle traverse per trovare case sventrate o abbandonate, addirittura un palazzo bruciato, dove l’acqua usata per spegnere le fiamme si è ghiacciata all’istante donandogli un aspetto spettrale.

I negozi alternano marchi noti e globalizzati a botteghe difficili da interpretare, curioso il caso di un grande locale le cui decorazioni fanno pensare ad un fast food o ad una gelateria e guardando dentro si rivela essere una gioielleria. In fondo alla via la vista si apre sulla Kazanka e sulla spianata che ospita lo stadio del Rubin, mentre alla sinistra appare, annunciato in distanza dalle guglie della moschea, il Cremlino. Nei vialetti la neve abbonda e il vento si incanala gelido, le batterie di fotocamere e telefoni mostrano tutta la loro sofferenza, per scaldarci entriamo a visitare la Cattedrale dell’Annunciazione, dove è in corso un’interminabile funzione ortodossa. C’è chi fa riprese nonostante il divieto e chi accende una candelina votiva che non si sa mai. Per par condicio religiosa (e per l’effettiva bellezza del monumento, ricostruito in tempi recenti sulla base di quello distrutto da Ivan il Terribile) entriamo a visitare anche la Moschea, previo obolo di ben 3 rubli (7 centesimi circa) per i copriscarpe (con queste temperature e i
pavimenti in marmo girare senza scarpe potrebbe essere drammatico), tali e quali a quelli usati in piscina. In realtà la moschea la si può solo vedere da un’apposita balconata, l’accesso all’area sacra non è consentito ai turisti. La Torre di Syuyumbike ci limitiamo ad osservarla da fuori, mentre qualcuno si spinge fino alle rive gelate della Kazanka dove si pesca col vecchio sistema degli eschimesi: buco nel ghiaccio e lenza calata. Intanto si avvicina l’ora del pranzo, e la città comincia a mostrarsi più viva, il passeggio domenicale lungo la Baumana è in costante aumento. Niente ristoranti in stile, meglio una sorta di tavola calda dove tra spiedini, sivas, doner kebab e qualcosa che definiscono pizza si passa un’oretta a scaldarsi e ridere. L’idea della partita pare un contorno, come se non ci fosse nulla da temere dagli avversari di oggi.
Attorno alle 16 è ancora il pullman con le tendine esilaranti ad attenderci per andare in piscina. Da buoni italiani pare che la preoccupazione principale sia quella di dover lasciare i bagagli sul pullman per qualche ora, scena già vista in analoghe occasioni.
La piscina Orgsintez è tipicamente sovietica nelle linee e nell’aspetto interno, con quell’acqua resa verdastra dai neon che ricorda la vasca di Volgograd, e stabilisce il record mondiale di sbalzo termico: fuori -18°, dentro +29°. Anche la tribuna, nonostante i seggiolini colorati, è molto vecchio stile, con la prima fila un paio di metri abbondanti sopra il piano vasca (e un bordo vasca largo meno di un metro sul lato opposto); un’occhiata all’unico manifesto affisso all’ingresso ci conferma il sospetto che le magliette realizzate per la trasferta con la scritta in cirillico non avessero un’ortografia proprio corretta. Lasciate giacche e cappotti al guardaroba gratuito (ecco una cosa intelligente), ci incamminiamo verso il settore a noi riservato lungo una scalinata sulla quale si affacciano gli spogliatoi per il pubblico, con porte spalancate e gente che allegramente si cambia. La posizione è stile Brescia, estremità della gradinata oltre la linea di fondo, anche se il nostro “assistente” locale si muove a compassione e ci fa spostare di qualche metro verso il centro. Il tifo di casa è appannaggio di uno sparuto gruppetto di quindicenni dotati di un tamburo, trombette e cartelloni scritti a pennarello; poco prima dell’inizio della partita uno di questi ha la bella pensata di dare fuoco ad una trombetta come fosse una torcia, qualcosa di acceso cade a bordo vasca, dopo qualche minuto arriva un energumeno in divisa che se li porta via tutti quanti per controllo e ramanzina al termine della quale meno della metà sarà autorizzata a tornare in tribuna. Chissà se da noi usassero gli stessi metodi…
Il cerimoniale pare ignorare bellamente i presunti dettami della LEN: niente inno ufficiale all’ingresso delle squadre (che in realtà si spostano solamente, visto che i controlli arbitrali sono stati fatti direttamente a bordo vasca senza rientrare negli spogliatoi), tabellone senza i nomi dei giocatori, speaker che parla esclusivamente in russo e storpia in maniera creativa i nomi dei nostri, compresi gli slavi (e quando li pronuncia come si deve si corregge subito). Il pubblico è folto ma non straripante, ad occhio meno di 800 persone, il nostro gruppetto si fa sentire spesso e volentieri.
In vasca i ragazzi apprezzano e ricambiano con tre reti in fila, da video didattico quella di Udovicic (che prima del via ha caricato i suoi compagni uno ad uno con una grinta degna di una finale olimpica). I russi provano a farsi sotto, ma vengono tenuti a debita distanza da una squadra che dimostra tutta la sua superiorità, in tribuna i commenti puntano più sui fischi di Kiszelly, che chi era a Rijeka non può certo aver dimenticato. Fra i padroni di casa ci sono due vecchie conoscenze quali Dejan Savic (due stagioni da noi e tatuaggi sempre più estesi) e Marat Zakirov, che alla fine si complimenterà con noi raccomandandoci di salutare Chiavari e Camogli (la risposta immediata: “Chiavari sì, quegli altri anche no”), si danno da fare ma il distacco non si colma, il terzo tempo segna un umiliante parziale di 6 a 0 che chiude ogni discussione sull’esito della gara. Alla fine grandi applausi, strette di mano e complimenti, ci si riveste per tornare al gelo in direzione aeroporto.
A giudicare dal movimento, si direbbe che l’aeroporto sia rimasto aperto esclusivamente per noi. Se ieri mattina a Genova c’era l’imbarazzo della scelta fra i banchi di accettazione, qui è aperto un solo banco al quale si forma una coda tipicamente italiana, ovvero mucchio selvaggio. Carte di imbarco compilate a mano e con fantasiose variazioni nella grafia dei nomi, controlli di sicurezza in stile “vabbè, giusto perché bisogna farli”, duty free sprangato e al bar una sola cameriera che con lentezza tendente allo scazzo smaltisce la coda di tutti quelli che hanno ancora dei rubli da spendere. Il lato positivo di questa situazione è che visto che siamo tutti lì e la torre di controllo non ha nulla in contrario si può decollare con notevole anticipo, previa abbondante spruzzata di antigelo sulle ali che renderà il mio finestrino molto simile a quelli dei treni che prendo ogni mattina, e con l’apoteosi comica della giornata: mai vista una presentazione delle procedure di sicurezza così degna di Zelig, al termine applausi e richieste di autografi e varie altre cose alla hostess protagonista. Rotta sull’Italia, con molta meno adrenalina rispetto al volo di andata e il desiderio di arrivare il prima possibile, ingannando il tempo con congetture e pronostici su quale potrà essere la meta dei quarti di finale (e taccio sulle espressioni di chi, memore del brodino della sera precedente, si ritrova il pollo nel vassoio della cena). Come all’andata il mare di nuvole ci restituisce la visuale solo sopra a Venezia, non facciamo nemmeno a tempo ad ammirarla che ci ritroviamo in fase di atterraggio. Genova dall’alto è il solito interminabile presepe, il vento come da tradizione non manca di sballonzolarci un po’ prima di toccare terra, i due doganieri di servizio mostrano la stessa voglia di tornarsene a casa che avevano le hostess russe (che però al momento di imbarcarci ci hanno fatto ciao ciao con la manina), i due pullman ci attendono coi motori accesi. E passata da poco la mezzanotte quando arriviamo a Recco, nemmeno tanto stanchi ma sicuramente molto soddisfatti.

L’ultima partita del 2009 è finita male. Anche se a quattro secondi dalla fine, anche se qui, anche se là. Uno ci rimane un po’ così, poi si convince che è stato un incidente di percorso, che può capitare, che servirà di lezione. Poi però inizia il 2010, e se il 19-6 sul Latina è ordinaria amministrazione senza nemmeno troppo bisogno di impegno, la trasferta di Brescia dovrebbe essere l’occasione ideale per dar ragione a chi non ha fatto drammi per la sconfitta di venti giorni prima. E invece…..
…..invece abbiamo assistito ad una prestazione a dir poco imbarazzante, umiliati ben oltre il risultato finale da una squadra che non ci eguaglia in valori tecnici ma ci surclassa in termini di concentrazione e impegno. Che roba è questa? Che fine ha fatto la Corazzata Pro Recco, l’Invincibile Armata che tutti davano già come vincitrice dello scudetto prima ancora di cominciare? Non solo perde il primo posto in classifica (se non sbaglio per la prima volta dal 2005), ma se domani il Savona farà il suo dovere ci relegherà addirittura al terzo posto. Porzio, forse memore dei fattacci della scorsa finale playoff, stasera si è strappato via il microfono per evitare di consegnare alla diretta televisiva qualche parola poco consona; mi sa che forse dovrebbe trovare parole migliori negli spogliatoi, dato che le dichiarazioni del prepartita (“siamo concentratissimi”) sono parse del tutto stonate a fronte dell’inconsistenza mostrata in acqua dai suoi ragazzi. Che questa squadra, quella del campionato intendo, sia meno forte dell’anno scorso è possibile, di certo è incompleta (il passaporto di Buric rimane nei meandri della burocrazia e non accenna a cambiare bandiera), senza dubbio manca di un vero leader. Sì, apro l’inevitabile angolo del nostalgico, perché non posso fare a meno di pensare che fino a due anni fa partite come questa non capitavano, perché in acqua c’era qualcuno che piuttosto di fare simili figuracce avrebbe preso per il collo i suoi compagni, uno ad uno. Quel qualcuno ora gioca a Belgrado, qui ha lasciato un ricordo indelebile nei tifosi ma nessun vero erede in termini di carisma, e i risultati si vedono. Ho visto tante volte la Pro Recco sconfitta, ma una lezione come quella di stasera in rapporto ai valori teorici della squadra non ricordo di averla mai vista. E sarà bene che lasci un segno molto profondo nei suoi protagonisti, perché nemmeno vincere tutte le partite da qui a fine campionato cancellerà questa vergognosa prestazione.
Notizie sparse dal meraviglioso mondo della pallanuoto italiana. Roma e Lazio ogni sabato giocano al Foro Italico, struttura di importanza nazionale e sotto gestione federale, e ogni sabato si vedono multare per magagne al tabellone. A Genova la piscina di Albaro, riaperta in pompa magna lo scorso anno, ha un tabellone di epoca precolombiana che funziona a sua discrezione (se qualcuno ricorda questa partita capirà). Il Nervi, oltre alle bizze del tabellone in questione, deve affrontare anche quelle di Francesco Ferrari, spinto dalla pubalgia a gettare la spugna, pardon, la calottina e lasciare Baldineti senza portiere e senza possibilità di sostituirlo. Nel frattempo si apprende che Novara ha rinunciato ad ospitare la Final Four di Coppa Italia, lasciando quindi un presidente (dimissionario) di una Lega (che assomiglia tanto all’Araba Fenice) a dover gestire l’organizzazione di un evento che ha i partecipanti ma non più la sua sede. Ovvero, per uno che si danna a cercare di riempire la vasca (vedi Italia-Germania) ce ne sono dieci che cercano di togliere il tappo. Tutto molto bello, non c’è che dire….
Anche questa edizione della World League inizia in Liguria per la Nazionale. L’anno scorso fu la Sciorba, vittoria bugiarda e illusoria contro una Romania troppo brutta per essere vera, e tutti ci lasciammo ingannare da quel 10-2 per poi risvegliarci amaramente strada facendo. Stavolta è Camogli, un avversario più “classico” quale la Germania, un rinnovamento persino più radicale di quello dello scorso anno, diverse luci, alcune ombre, un po’ di esagerazioni. A partire da quella dei 1200 spettatori, riportata dal tabellino FIN e ripresa acriticamente da tutti quanti. Pare la sindrome da manifestazione di piazza, sarebbe interessante sentire la stima della Questura; non avendola, mi limito a suggerire sommessamente che 1200 persone alla Baldini non ci entrano nemmeno con sistemi da metropolitana di Tokio. La capienza dichiarata è di 860 posti a sedere (con seggiolini) e 340 persone in piedi non ci stanno proprio. Con una simile affluenza la forza pubblica dovrebbe far sgombrare l’impianto, come minimo, ma sparare cifre ad minchiam serve notoriamente a gonfiare l’evento. E non c’è bisogno alcuno di gonfiarlo, perché la serata è stata indubbiamente notevole. Aldilà delle cifre, da tempo non si vedeva una piscina così piena per una gara che in fondo non ha nulla direttamente in palio, e la gradinata nord stipata dai bimbi delle scuole pallanuoto con le magliettine uguali e i fazzoletti colorati a disegnare bandiere era decisamente un bel vedere. L’organizzazione è stata all’altezza dell’evento (escludendo i toni enfatici e l’inglese da Alberto Sordi del solito ineffabile speaker), la partita più o meno anche. Più o meno, perché i nostri sono partiti a testa bassa generando il rischio dell’effetto-Romania, anche grazie a tre tiri di rigore apparsi come minimo generosi, soprattutto il primo, e poi sono incappati nel solito blackout più volte manifestato anche a Roma, permettendo ai tedeschi un recupero che ci si augura non debba mai essere rimpianto in caso di ricorso alla differenza reti.
Se c’è un atleta di cui non si può fare a meno è quel lungagnone pratese con la calottina rossa numero 1. Stefano ha messo in mostra tutti i numeri del suo repertorio, non ha responsabilità evidenti sui cinque gol subiti e addirittura per sventarne uno in situazione di 2 contro 0 non ha esitato a farsi espellere pur di permettere il recupero dei compagni, concedendo a Felugo un inedito ruolo di portiere. Due parole anche per due esordienti, anche se il termine non ha lo stesso significato per entrambi. Pietro Figlioli sembrava alla duecentesima presenza, titolare fin dal primo fischio, in acqua ininterrottamente per due tempi, alla fine è risultato il giocatore di movimento col minutaggio più elevato. Anche se ha segnato solo su rigore, ha preso possesso della cabina di regia in collaborazione col solito Felugo mostrando di non essere solo nuoto e tiro come si diceva al suo arrivo in Italia. Stefano Luongo invece sarà pure uscito dalla piscina con la sacca dei palloni sulle spalle, ma in acqua ha fatto il suo, a partire da due belle marcature. Se Campagna davvero userà come metro di valutazione la voglia e le motivazioni, direi che questi due il loro posto non avranno difficoltà a difenderlo. In generale la difesa si è mossa bene, nonostante qualche amnesia del tutto evitabile, Giacoppo pare tornato sui livelli che gli competono; dove abbiamo ancora un po’ di strada da fare è in due ruoli non proprio marginali quali mancino e centroboa. Gallo non ha impressionato (e in Nazionale non gli è capitato spesso di farsi notare in positivo), Bini va lasciato crescere senza farsi prendere dall’entusiasmo, alle loro spalle si può solo sperare nel risveglio del prode Gigi Di Costanzo (non dimentichiamo che ai Mondiali siamo andati con un solo mancino). Aicardi e Deserti hanno obiettivamente combinato poco, un po’ per il numero di falli fischiati contro, un po’ per demeriti propri (tipo le due palle perse dal primo nel quarto tempo, letteralmente scivolate via dalla mano), personalmente speravo di vedere in acqua Michele Lapenna (che invece stava seduto in tuta a bordo vasca), che col fratello Federico avrebbe le potenzialità per ripetere, con le dovute differenze, la storia dei fratelli Calcaterra. Il voto finale per questa squadra? Visto che a esagerare ci pensano gli altri, il mio è un 6.5 educativo, come dicevano certi professori di liceo: se ti do 7 ti monti la testa e non fai più nulla. C’è tanto da fare, Francia e Montenegro saranno test eloquenti, per motivi diversi, e ci daranno sperabilmente qualche indicazione in più su cosa attenderci dalla Nuova Nazionale Italiana.
Ah, ancora in tema di piscina: pensavamo, noi ingenui, che i tempi della condensa che gocciola dalla copertura fossero ricordi dei tempi dei teloni da circo o dei palloni pressostatici, e invece la tribuna centrale ha avuto la sua nuvoletta di Fantozzi per tutta la serata, con picchi in occasione degli applausi più rumorosi; il titolista della Rai con un fazzoletto steso sulla tastiera e il mouse che faceva i capricci non è stato uno spettacolo edificante, ancorché notato solo da chi gli stava alle spalle.
E così, finalmente, ieri sono stati sorteggiati i gironi di Eurolega. Cosa che, anche mettendo in conto di dover sorteggiare pure gli accoppiamenti di Coppa LEN, si poteva fare tranquillamente all’inizio della settimana in modo da concedere alle squadre un minimo di tempo per organizzare le trasferte. E a noi toccheranno trasferte decisamente poco comode, Cehov e Kazan (ma anche Eger non è che sia come andare a Parigi, diciamo). Per carità, meglio così che il girone della morte (Jug, Primorac, Vasas e Panionios), ma due settimane per definire una trasferta in Russia sono un po’ pochine. E, a parte questo, la LEN al solito brilla per parole senza seguito. Ovvero, pura utopia trovare informazioni in diretta sull’inguardabile nuovo sito len.eu, e a più di 24 ore di distanza ancora non c’è traccia dei calendari completi. Se il buongiorno si vede dal mattino, già immagino che fine faranno gli annunci di trasmissioni in diretta su Eurosport. E’ la pallanuoto, bellezza….
Leggo su un sito specializzato che un non meglio precisato “noto tecnico” avrebbe dichiarato che se fosse per lui farebbe giocare la formazione juniores contro la Pro Recco, colpevole di aver vinto le ultime quattro edizioni e di essere candidata numero uno alla vittoria di quella appena iniziata. Ah, che bella cosa i gesti plateali. Dev’essere una bella soddisfazione, indubbiamente. Io solo mi domando se qualcuno ha mai avuto la stessa idea nei confronti dell’Orizzonte Catania (che dal 1992 in poi ha vinto tutte le edizioni del campionato femminile tranne una), o di quel Posillipo che dal 1984 in poi è arrivato in finale quasi regolarmente. O se nel basket qualcuno ha idee simili nei confronti di Siena. Non posso vincere e allora non partecipo. Lo sport è questo, vero? Complimenti vivissimi. Con lo stesso spirito, probabilmente il Primorac non si sarebbe nemmeno presentato a Rijeka. E invece si è presentato, e sappiamo tutti com’è andata a finire..
(colonna sonora: Adriano Pappalardo)
E torniamo dunque a riempire le pagine di questo blog, dopo il trasloco. Torniamo anche a occuparci di pallanuoto, il che spesso e volentieri equivale a riferire di situazioni ai limiti del patetico. La Coppa Italia, ad esempio. Nello scorso fine settimana si sono svolti gli incontri dei due gironi della prima fase, e solo ieri si è riusciti grazie all’intervento risolutore dell’ avvocato Pascerini a definire quali squadre dovessero ritenersi qualificate nel girone di Imperia (per la cronaca, Imperia e Florentia). Ora, che non si riesca nemmeno a fare chiarezza sulla normativa che regola la classifica finale (che da qualche parte sarà pur scritta nero su bianco, osiamo immaginare) è alquanto curioso, pur se non inedito (ricordo anni fa una semifinale del campionato Allievi terminata in pareggio con l’arbitro che non aveva idea di cosa si dovesse fare per determinare chi dovesse passare il turno). Ma se questa incertezza comporta anche arrivare a oggi, mercoledì 23, senza aver ancora annunciato ufficialmente le sedi dei due gironi che da venerdì 25 dovrebbero ospitare la seconda fase, allora si scade decisamente nel grottesco. E’ la pallanuoto, bellezza….
Un bel voto alto a tutti.
EDIT – Habemus sedes! Si gioca a Sori e Ostia. Suddivisione di comodo: a Sori tutte le liguri, a Ostia le altre, con buona pace del Brescia che si ritrova a fare 600 km di trasferta. Novara val bene una messa….